ROMA

Grazie Professore, Moby Dick – Biblioteca hub culturale, libri a Roma, evento in corso

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Napoli, quasi giugno.

Un professore annoiato della vita e del sistema, viene nominato commissario d’esame in una casa circondariale: il carcere.

Nel breve corso di poche ore, pochi incontri, tre persone – tre carcerati di origini e vite diverse – riescono a risvegliare in lui emozioni e sentimenti dimenticati.

Due concetti di fondo sostengono il racconto, che è anche un esame disincantato di luoghi e abitudini: l’inconscio sociale  di Sandro Gindro, psicoanalista, e la casualità degli eventi di Antonio Pizzuto, romanziere.

È un testo-confessione dove c’è pochissimo spazio per la farsa e molta sincerità.

Il microcosmo della scuola si articola in piccoli poteri e povere rivincite. Il Ministero appare talvolta un’entità marziana e ad un professore svolgiato e deluso non rimane che scegliere come giocare la propria partita a scacchi, ovvero scegliere la strategia per non morire.

L’inconscio sociale – che rappresenta il buon senso comune – è un pantano dove è necessario capire dove porti il vortice dei pensieri.

Per fortuna anche il professore è contradditorio e apre una falla nel rigore della sua pigrizia logica di fronte all’evento inaspettato: nomina a commissario d’esame in carcere.

Carcere-commissione-scuola. Siamo limitati più fuori che dentro: frase sibillina per significare che la vita è lasciata ai margini, come un fondale di cartone.

Le vicende, gli accadimenti casuali: il prof. impara i contenuti della sua partitura e sa come farli suonare, si illude di poter fare. Le spiegazioni di cui è disseminato il testo giovano a chi legge: una volta coinvolti nella storia, servono a darsi pace, dopo tutta la verità svelata che c’è in queste righe.

L’atmosfera estiva è soffocante, sentiamo il sole che ci opprime, troppa luce, forse troppa verità.

I finali di alcuni capitoli sono densi d’ironia, l’odore dei dolci offerti dai reclusi è proustiano e le descrizioni atmosferiche ricordano Pessoa.

Questo libro vuole dire una verità in mezzo alle illusioni, come Goffman, vuole dire che è bello scegliere una maschera e un palcoscenico, e che noi per fortuna siamo sempre liberi di farlo.

(da uno scritto di Anna Maria Milone)