ROMA

Stabat Mater, Teatro Piccolo Eliseo, spettacoli a Roma, evento in corso



È dallo Stabat Mater di Pergolesi che Antonio Tarantino prende a prestito il nome, la figura della Madre e la tematica del dolore, nutrendo poi il testo drammaturgico con ombre del proprio immaginario. La Madre di Tarantino è una ragazza-madre. Il padre di quel figlio che lei attende è sposato con un’altra. Il figlio che è stato generato, seppure di grande intelligenza, viene arrestato in quanto terrorista. Una Madre nel dolore e nell’attesa del dolore, che si strugge di avere notizie del figlio e anche di quel padre generante, associato all’ipotesi d’amore e di coppia; una figura dissoluta, traditrice, desolante per miseria, come lo sono tutti i personaggi convocati, e che resta assente. L’autore mischia l’italiano con sporcature dialettali/gergali, frantuma la lingua, ne crea una pastura da gettare in bocca alle proprie ombre, ai propri personaggi. L’italiano e il dialetto si fondono altresì con le confluenze delle lingue portate con l’immigrazione, lingue del Sud. Sono gli anni in cui si erigono le grandi periferie operaie, le case popolari a buon mercato che presto divengono città alternative, satelliti popolati di debolezze e sopravvivenze, enclavi della speranza come della disillusione, facciate di cemento che soffocano qualunque possibilità di resistenza umana per instaurare coattamente la molteplicità. È povertà, fame e delinquenza. È prostituzione, malaffare, degrado. Tutto questo entra coscientemente nella scrittura di Tarantino. I personaggi non possono dire altro se non la propria verità e parlano per mezzo della Madre. Sul degrado, sull’ignobile miseria regna però, resiste e vince, la figura della Madre; per quanto possa essere sofferente, posta ai piedi di una Croce, oppure immersa nella periferia popolare, resta sopra qualunque perdita, anche della propria dignità. È una Madre.

Di Antonio Tarantino

Con Maria Paiato

Scene Alessandro Chiti

Regia Giuseppe Marini

Produzione Società per Attori



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